Rassegna Stampa


21-02-2005 - L'Unione Sarda
Mario Pischedda è entrato nell’Hortus. Anche l’artista sassarese nel nuovo numero della rivista culturale

di Corrado Piana

In principio fu l'Eden, frutteto di pace e piacere. Poi, nella polis greca, fu la volta dei “locus amoenus”, siti sacri e magici consacrati a dei o eroi. Quindi, nel medioevo europeo, spazio agli “hortus conclusus”, luoghi della chiesa presieduti dalla Vergine in Gloria, e agli “hortus deliciarum”, regni in terra di frutti e fiori eterni.
Appunti sparsi per una fenomenologia dei paradeison da affresco allegorico, che germoglia oggi nell’Hortus Musicus, alla lettera Giardino della musica, che filosofando di fiore in fiore un po' profuma di Giardino dei pensieri di epicurea memoria. Ma, per carità, niente fragranze di tulipani, giacinti, serenelle e mimose, semmai gentil aroma di inchiostro e calamaio per quella che, da sei anni a questa parte, è una delle più autorevoli riviste italiane di cultura.
Copertina patinata (ma di finitura opaca), contributi qualificati (ma non elitari), ricco apparato illustrativo (ma iconografico). Hortus Musicus, si chiama. Ed è un trimestrale indipendente di cultura e politica, redazione a Bologna, in distribuzione per la Ut Orpheus Edizioni e per la dotta direzione di Roberto De Caro. Una rivista che, a dispetto del titolo, mai evoca settorialità di riflessione e approfondimento, perché se di arte si parla non se ne fa di certo monologo.
«Il richiamo alla musica», avverte De Caro, «intende piuttosto sottolineare polemicamente l'arbitrario destino di isolamento cui questa disciplina è storicamente condannata nella cultura italiana. La musica insomma come esempio eminente di una lacerazione del sapere contro la quale la rivista intende reagire». Di qui il manifesto di una testata che «vuole mettere criticamente in evidenza, al di là di ogni artificiosa separazione disciplinare, i nessi e gli intrecci sottesi alla produzione intellettuale del passato e del presente, promuovendo una ricerca dichiaratamente eretica rispetto agli usi accademici prevalenti».
Numero 21 in libreria, 192 pagine, 12 sedicesimi rilegati a filo, 39 interventi tra saggi, articoli e corsivi. Il cineasta Michele Fasano, gli studiosi d'arte Elio Matassi e Sandro Sproccati, il critico letterario Mario Lunetta, tra le sue più illustri firme. E poi scritti su Derrida, John Cage, Bertolt Brecht, Carlo Michelstaedter e Luigi Dallapiccola. E un ampio vivaio di iconografie. Tra queste pure tre gemme dell'eclettico artista sassarese Mario Pischedda: Sein und Zeit, Il mare eterno e Per l'intellighenzia.
A presentare la rivista l'altro ieri, nella libreria Odradek a Sassari, il direttore Roberto De Caro e con lui Mario Pischedda, uno dei più stretti collaboratori della testata. Un'ora e più di relazione/interazione per circoscrivere natura, contenuti e finalità di un periodico che, «senza pretese pedagogiche», intende proporsi come sede di studio, discussione e confronto critico («ma non criptico») sui temi che maggiormente animano e caratterizzano la contemporaneità. Un osservatorio privilegiato, uno strumento per proporre un apporto significativo al panorama attuale, nella volontà e consapevolezza di poter partecipare fattivamente al dibattito in corso attraverso voci autorevoli e contributi originali. E soprattutto con un approccio pluri e multidisciplinare che «elude facili dogmatismi, solipsismi e puri spiriti settari».
«Critica radicale dell'esistente utile a mettere in scacco una pervasiva tendenza alla semplificazione di origine mediatica»: questa la finalità della rivista che, aggiunge De Caro, «si contrappone alla cultura dell'effimero che ha forgiato le coscienze con modelli culturali distorti». Il tutto, con una cifra metodologica che trae origine dall'analisi storica, per un «presente che si deve giudicare con la concretezza delle fonti e non con la persuasività delle parole». Insomma, per un'opera di «demistificazione, continua, vigile, dell'idea che il potere offre di sé», e ancora per una «soppressione della categoria concettuale del meno peggio».
Come dire, un hortus musicus che sa di humus culturalis, ma senza fertilizzanti e additivi concettuali, che inquinanti lo sono per davvero.




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