n. 19

anno V - luglio-settembre 2004 - pp. 160 - € 7.50

• Direttore: Roberto De Caro
• Redazione:
Gaspare De Caro, Michelangelo Gabbrielli, Antonello Lombardi, Elio Matassi, Elisabetta Pistolozzi, Andrea Schiavina, Valeria Tarsetti
• Hanno collaborato a questo numero:
Ennio Abate, Fabio Acca, Felice Accame, Marco Angius, Alberto Beneventi, Pier Augusto Breccia, Centro Studi Mozartiano, Giorgio Ciommei, Bruno Conte, Valerio Cordiner, Luca Cori, Danilo Faravelli, Paolo Ferrari, Gian Andrea Franchi, Nevio Gàmbula, Andrea Garbuglia, Vladimiro Giacché, Gianluca Giachery, Roberto Giammanco, Ran HaCohen, Hans-Josef Irmen, Leporello, Mario Lunetta, Milena Massalongo, Anna Maria Mazzoni, Massimo Melloni, Kurt Meyer, Willer Montefusco, Michela Niccolai, Marilena Pasquali, Eugenio Riccòmini, Pierfranco Vitale, Maurizio Zanolli
In copertina: Sandro Luporini, Interno-esterno n. 2 (2003)




Teatro
• Il potere come progetto e destino in Shakespeare: Richard III e Macbeth di Paolo Ferrari

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Possiamo considerare l’intera opera tragica scespiriana come una grande elaborazione della nozione di ‘potere’ e delle dinamiche attraverso le quali esso si concretizza nella storia umana? In Shakespeare la forza del destino non è forse coincidente, o addirittura soggetta, alla libido dominandi che proprio in quel tempo, con l’opera capitale di Machiavelli, balzava al centro della riflessione del mondo erudito e trovava elaborazioni critiche nell’«esecrabile brama di potere» di Thomas More e nella «sete pestifera del dominare» di Francesco Guicciardini? Nella tragedia greca, l’uomo si misura con la forza del destino, in Shakespeare il destino è sostituito, o sostanziato, dalla forza del ‘potere’, che è la vera forza che domina gli atti dell’uomo come pure gli accadimenti fatali. In fin dei conti, la stessa fatalità della vicenda del Macbeth è dominata e determinata dalla categoria del potere, alla quale Macbeth e consorte sono assoggettati nella loro intenzionalità e decisionalità; come dinanzi a una forza fatale, certamente, ma di una fatalità connotata dalla forza escatologica del potere, che crea il vero impulso di ogni atto ed accadimento. Nel Richard III Shakespeare svolge il tema del potere come progettualità assoluta, aderenza totale della volontà individuale ad una finalità di dominio, al conseguimento di un pre-dominio che coincide con la conservazione di un’identità segnata fatalmente dal conflitto e dalla disarmonia, sul piano individuale, sociale e cosmico. In Macbeth predomina la categoria assoluta e oggettiva del potere che incalza ogni azione dei protagonisti e ne mina la progettualità soverchiandone le forze razionali, costringendoli ad una tensione costante verso un avvenire predeterminato (se pur illusoriamente) attraverso i segni irrazionali dei vaticini. Entrambi i modelli, quello progettuale e soggettivo di Richard e quello deterministico ed oggettivo di Macbeth, descrivono anche due fallimenti del potere. Psicologia del potere, ma anche assunzione dello stesso a categoria oggettiva assoluta e rappresentazione del suo farsi in particolari modalità strutturali e processuali...


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